La Costituzione e il futuro dell’Europa

Comitato dei saggi o diamo la parola ai cittadini?

, di Federico Brunelli

Comitato dei saggi o diamo la parola ai cittadini?

Pochi giorni fa è stato firmato dai capi di Stato e di governo il cosiddetto Trattato di Lisbona. Mi propongo di fare qualche osservazione sullo stato delle cose, in vista dei prossimi impegni di coloro che si battono per portare a compimento l’unificazione federale dell’Unione europea.

 La campagna per il referendum europeo è stata la campagna giusta nel contesto politico in cui era stata lanciata [1]. Dopo i No in Francia e in Olanda nei referenda di ratifica del Trattato costituzionale, il periodo di impasse causato dall’assurdo e antidemocratico metodo delle ratifiche nazionali all’unanimità si sarebbe potuto superare, probabilmente, in due soli modi: o un accordo tra i governi su un testo meno ambizioso, non più definito costituzionale, tale da poter entrare in vigore mediante ratifiche parlamentari e da non suscitare troppe proteste di cittadini delusi di essere esautorati del diritto di decidere del loro futuro tramite referendum popolare; oppure l’istituzione di un metodo nuovo, finalmente democratico, di ratifica: un referendum europeo, che avrebbe permesso, qualora una maggioranza di cittadini e di stati avesse detto Sì alla Costituzione europea, di creare un’avanguardia di paesi che avrebbero adottato il Testo, non più bloccati dagli stati che non vogliono proseguire nel cammino dell’integrazione.

Come sappiamo l’ipotesi che si è verificata è stata la prima: l’elezione di Sarkozy e il suo accordo con la Merkel hanno permesso di chiudere la partita al Consiglio europeo di giugno 2007, e di arrivare pochi giorni fa a firmare il nuovo Trattato. La campagna per il referendum europeo avrebbe acquistato forza, in quanto indicatrice dell’unica via d’uscita, se i governi cosiddetti “amici della Costituzione” avessero puntato i piedi sulla difesa del Testo uscito dalla Convenzioneconvocata a Laeken, facendo saltare l’accordo al ribasso, ma così non è stato. A quel punto, non essendoci più l’oggetto su cui la campagna si fondava (la Costituzione europea), si è dovuto iniziare a meditare su come rilanciare l’azione, nel nuovo quadro offertoci dalla storia.

- I cittadini sono entrati nel processo costituente, e non intendono uscirvi. Questo è vero non solo in quanto la Costituzione è stata posta a ratifica tramite referendum in quattro paesi (Spagna, Lussemburgo, Francia, Olanda) e di fatto bloccata dal No di due popoli nazionali, ma anche per la presa di coscienza successiva a queste ratifiche da parte di settori dell’opinione pubblica europea, che non accettano più che un testo fondamentale per la vita di ognuno come la Costituzione sia approvato sopra le teste dei detentori ultimi della sovranità, i cittadini.

Mi ha stupito e incuriosito seguire il dibattito sulla ratifica del Trattato di Lisbona (che pure non è la Costituzione federale, ma che rafforza le istituzioni dell’UE). In vari paesi (ad esempio Olanda, Francia [2], Regno Unito, Danimarca, Austria) e anche da parte di alcuni parlamentari europei [3] e di reti di ONG [4]c’è stata una mobilitazione di chi ritiene sbagliato non sottoporre al parere dei cittadini persino questo testo, frutto di un compromesso al ribasso, che si osserva essere comunque molto simile al Trattato costituzionale e che riformerà quindi in maniera significativa le istituzioni europee. I governi, impauriti dalla possibilità che in qualche referendum nazionale possa vincere il No, si sono guardati bene dal dare ascolto a queste rivendicazioni, così che probabilmente una ratifica referendaria del Trattato di Lisbona si avrà solo in Irlanda, dove è prescritta dalla Costituzione irlandese.

A mio parere, quando arriveremo finalmente ad elaborare la Costituzione che istituisce la Federazione europea, o comunque un Testo avanzato di livello costituzionale, non si potrà evitare di sottoporlo a ratifica referendaria: i cittadini europei non sono più disposti a permetterlo. Si porranno allora due sole alternative: o una serie di referenda nazionali da passare all’unanimità, qualcuno dei quali vedrà invece la vittoria del No (è facile prevederlo, vista l’attitudine dei popoli di qualcuno dei 27 Stati) facendo sì ancora una volta che una minoranza blocchi la maggioranza di chi vuole andare avanti; o un referendum europeo, che creerà la spaccatura consentendo alla maggioranza di stati e di cittadini che avrà votato Sì di far entrare in vigore tra di loro la Costituzione.

- Il Trattato di Lisbona non risponde alla necessità di Europa che c’è nel mondo e alla necessità che ha l’Europa di rendersi Federazione per avere un ruolo nel mondo globalizzato. Gli stessi governi nazionali l’hanno riconosciuto implicitamente nominando, al tempo stesso in cui firmavano il Trattato di Lisbona, un “Comitato di saggi” che analizzi le sfide che l’Europa si troverà di fronte nei prossimi decenni. Questi stessi governi, quello francese in testa, non si rendono però conto di cadere nel ridicolo quando intravedono un nuovo sogno europeo come risultato delle analisi di questo gruppo di persone non elette, non rappresentative di nessuno, e vincolate a un mandato che esclude la proposta di riforme istituzionali per L’UE, ma si battono allo stesso tempo per mantenere agli stati una fittizia sovranità in politica estera e in politica fiscale, formalmente ancora nelle loro mani, ma assolutamente inefficace ormai se esercitata a livello nazionale.

- Che fare per rilanciare il processo costituente europeo? Credo che si debbano sfruttare le innovazioni contenute nel Trattato di Lisbona. In primo luogo vi è l’istituzione di un rapporto fiduciario tra Parlamento europeo e Commissione: la nomina del Presidente della Commissione sarà finalmente legata al risultato delle elezioni europee. Se gli schieramenti europei proporranno ciascuno il loro candidato alla Presidenza della Commissione, potrà nascere una campagna elettorale europea basata sulla presentazione di diversi programmi di governo dell’Europa, e il Presidente della Commissione sarà eletto dai cittadini per mettere in pratica il programma presentato. I movimenti per l’Europa unita dovranno impegnarsi per ottenere che questo accada.

Mi voglio però qui concentrare su una seconda innovazione: negli articoli che delineano le procedure di revisione del Trattato viene istituzionalizzato l’organo della Convenzione. Si prevede che “il governo di qualsiasi Stato membro, il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i Trattati. Qualora il Consiglio europeo, previa consultazione del Parlamento europeo e della Commissione, adotti a maggioranza semplice una decisione favorevole all’esame delle modifiche proposte, il presidente del Consiglio europeo convoca una convenzione composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di Stato o di governo degli Stati membri, del Parlamento europeo e della Commissione.

Abbiamo già sperimentato le potenzialità che una Convenzione, rappresentativa dei cittadini e degli Stati dell’Unione, può avere. La Convenzione di Giscard, pur non avendone il mandato e pur votando per consenso e non a maggioranza, ha prodotto un testo che tutti abbiamo chiamato Costituzione, imperfetto ma comunque innovativo e con potenzialità di evoluzione in senso federale. Credo che si dovrà sfruttare il fatto che ora i Trattati stessi sanciscono che una Convenzione può essere convocata a maggioranza: ci dovrà essere una forte pressione popolare sui governi, sulla Commissione e sui parlamentari europei (cioè su chi ha il potere di far iniziare la procedura di convocazione della Convenzione) affinché a questo si arrivi.

L’ostacolo pesantissimo però permane ancora. Il Trattato stabilisce che “la convenzione esamina i progetti di modifica e adotta per consenso una raccomandazione a una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri. Una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri è convocata dal presidente del Consiglio allo scopo di stabilire di comune accordo le modifiche da apportare ai trattati. Le modifiche entrano in vigore dopo essere state ratificate da tutti gli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali.

Insomma, i governi vogliono mantenere l’ultima parola su possibili riforme istituzionali, tramite la Conferenza intergovernativa a cui sarebbero sottoposti i risultati della Convenzione, e poi tramite il ricorso alle ratifiche nazionali. I cittadini europei non dovranno permettere che questo accada, dovranno affermare chiaramente che è un imbroglio servirsi del metodo convenzionale, se a questo non si affianca una ratifica tramite referendum europeo.

All’Unione europea non serve un gruppo di saggi, serve dare la parola ai cittadini. Lo slogan “Let the European people decide” mantiene tutta la sua forza e attualità.

L’immagine è il logo della campagna per un referendum europeo sulla Costituzione europea (www.europeanreferendum.eu), lanciata nel marzo del 2007 prima che i Governi affossassero la Costituzione.

Note

[1Ricordo il sito della campagna lanciata dalle organizzazioni federaliste, assieme ad altre organizzazioni partner, per ottenere un referendum europeo: www.europeanreferendum.eu. Anche Eurobull.it e Taurillon.org hanno sostenuto questa campagna

[2Si veda anche questo articolo di Le Monde, ora consultabile solo a pagamento.

[3Si veda ad esempio questo sito

[4Si veda ad esempio questo sito

Tuoi commenti
  • su 3 gennaio 2008 a 00:34, di Claudia De Martino In risposta a: Comitato dei saggi o diamo la parola ai cittadini?

    Sono Claudia, della GFE-Roma. Ho letto con piacere ed interesse il tuo articolo, che rimette al centro la questione secondo me più importante aperta e trascurata dal trattato e dalla modalità con cui verrà ratificato. Al di là del mio sconcerto personale per un’Unione che, pur dotandosi di qualche strumento positivo in più, ha bisogno di «bypassare» il parere dei propri cittadini per farlo o meglio ed ha paura di chiedere loro che cosa ne pensino in modo costruttivo, compiendo preventivamente adeguate campagne informative, vorrei segnalare che il timore di un distacco«popolare» dall’UE è effettivo ed è molto più forte di quanto non si tenda a pensarlo. Vorrei a questo proposito segnalare l’articolo comparso su Le monde diplomatique del mese di dicembre, laddove il mensile di approfondimento politico francese definisce la «resurrezione della costituzione europea» in senso, ovviamnete, molto negativo. In due passaggi, e citando anche altre fonti, il giornale afferma che l’Unione europea si costruisce solo ed esclusivamente sulle teste dei suoi cittadini «che teme» e sostiene esplicitamente che l’unica questione politica effettiva aperta ai cittadini è come «liberarsi di questo carcan (delle istituzioni europee, incomprensibili,antidemocratiche e liberiste) non pù riformabile». In questo frangente politico Sarkozy sarà anche riuscito a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica francese su altre questioni, ma ciò non significa che le sue posizioni siano sostanzialmente cambiate. Su quelle di altri popoli europei, invece, non sappiano niente: né la Commissione ed i governi nazionali intendono saggiarne gli umori per scoprirlo. Più che dibattere sui progressi o sulle innovazioni del Trattato, i federalisti dovrebbero a mio parere incentrare la propria attenzione sul deficit democratico, per cui la proposta di politicizzare le istituzioni comunitarie può rappresentare un punto di snodo, ma sottolineando con sgomento che proprio nel continente dove è nata la democrazia secondo gli ideali della rivoluzione francese, essa non venga più esercitata nel momento storico in cui tale continente, seppur in maniera poco coerente e visibile, si va lentamente ma inesorabilmente unificando. Lo sdegno, poi, non dovrebbe essere formale ma sincero, ovvero tale da dare un’indicazione forte sui contenuti della campagna federalista per il 2009: non tanto nell’ostilità al Trattato di Lisbona in quanto tale, ma nella sottolineatura che non è più possibile gestire l’Unione Europea come se essa fosse un club ristretto a poche persone illuminate che non hanno bisogno di confrontarsi democraticamente con le paure, i timori e le aspettative di coloro che li eleggono.Claudia De Martino

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