Il risultato dell’inchiesta condotta congiuntamente tra Eurobull e The Ventotene Lighthouse sulle aspettative giovanili

Essere giovani in Europa. Quale futuro?

, di Davide Emanuele Iannace, Debora Striani

Essere giovani in Europa. Quale futuro?

Questo articolo è frutto di una collaborazione tra le redazioni di Eurobull e di The Ventotene Lighthouse (che lo ha pubblicato in lingua inglese) e analizza i risultati della nostra inchiesta Noi, giovani.

Il mondo sta cambiando in maniera visibile e incisiva. Da ultimo, le inondazioni di metà luglio che hanno colpito il Centro-Europa hanno dimostrato ampiamente, agli occhi di tutti, le conseguenze non prevedibili di cambiamenti climatici sempre più repentini, che aprono la porta a fenomeni meteorologici sempre più pesanti, inaspettati e dannosi.

Il peggioramento appare costante. Un sistema sovraccarico di tensioni climatiche, che rischia di spezzarsi nei suoi momenti e punti più critici. Sempre più gocce escono da un vaso già stracolmo d’acqua, e per quante pezze possano essere usate per asciugare tutto intorno, queste non sembrano mai bastare.

Il mondo cambia, e questa non è una novità. Affrontare il cambiamento in maniera ragionata, con una visione a lungo termine, al contrario, lo è. Chi dovrà affrontarlo non sono le generazioni che hanno goduto del cosiddetto “boom economico”, né quelle che hanno vissuto a pieno i fasti degli anni ’60 e ’70 – in Europa e Stati Uniti, almeno. Sono invece le nuove generazioni che si ritroveranno ad affrontare le conseguenze di politiche modulate per un eterno presente e prive di immaginazione per il futuro.

Sono le generazioni dei più giovani, di quei giovani nemmeno ancor nati, che si ritroveranno un mondo sempre più urbanizzato, sempre più caldo, sempre più povero di quelle materie prime necessarie per la sussistenza. Giovani che hanno bisogno di appoggiarsi su strutture politiche, sociali ed economiche nuove e a sistemi istituzionali innovativi senza i quali queste sfide appaiono insormontabili.

Il processo di unificazione europea nacque e si sviluppò attorno all’idea di consegnare al Vecchio Mondo un’epoca di pace, dopo i disastri di due guerre mondiali. Quell’idea non basta più, perché ora deve farsi carico anche della responsabilità immane di costruire un futuro nuovo e diverso, per le sue più giovani generazioni. E nemmeno solo per le sue, perché queste sfide trascendono non solo i confini nazionali, ma anche quelli continentali. L’UE, meglio di altri attori politici, sembra fornita di un set di strumenti che potrebbero portare tante nazioni industrializzate a conformarsi a canoni di sviluppo che siano sostenibili, tanto economicamente che ecologicamente.

Ma i giovani, si fidano dell’Unione? Un’istituzione spesso vista come burocratica, distante, che, secondo i media, detterebbe diktat dall’alto dei palazzi di vetro a Bruxelles, che appare, a volte, in crisi di identità. L’epidemia da COVID-19 ne ha messo sotto la lente di ingrandimento le crepe, i difetti, ma anche la capacità reattiva.

Brexit ha messo a dura prova la sua compattezza non portando però a quel processo di disintegrazione che gli avversari dell’unità europea auspicavano. Ora, l’atteggiamento di Polonia e Ungheria sullo “stato di diritto” costituisce una nuova sfida, quella del primato del diritto europeo su quello nazionale.

Ma soprattutto, se c’è qualcuno cui in particolare l’Unione deve ora rispondere, sono i suoi giovani. Una piccola indagine ci è parsa utile, per evidenziare, nei limiti del possibile, quali fossero le sensazioni di diversi giovani italiani, con e senza esperienza di vita in Europa, verso l’Unione che, sempre di più, sembra venir vista come uno strumento necessario per garantirsi un futuro migliore.

Non possiamo considerare il campione come esaustivo. È stato preparato un set di domande a diversi giovani, che ci permettono di giungere a diverse considerazioni.

Il dato più significativo è il confronto tra i giovani che si sentono europei (il 50%) e quelli che affermano che ha senso sentirsi europei (93,8%). Se la quasi totalità riconosce una ragione di questo senso di appartenenza, e se ne ribadisce l’importanza, perché mai alcuni non riescono poi a sentirlo come proprio?

Sotto questo aspetto risultano quanto mai preziose le risposte degli intervistati. Un primo dato conferma il dubbio di Eleonora, 27 anni e laureata in sociologia, che scrive “Il mio non sentirmi europea credo sia legato al fatto di non avere avuto esperienze in altri paesi oltre al mio”: tutti coloro che hanno vissuto un’esperienza all’estero si sentono europei. Inutile dire che appena si varca il confine della nostra nazione, è impossibile non sentire la concretezza dell’Unione Europea. Iniziative come il programma Erasmus sono state determinanti nello sviluppo di un sentimento europeo tra i partecipanti, ma sebbene sia uno strumento fondamentale da incentivare e promuovere, bisogna tenere a mente che l’accesso all’Erasmus riguarda una piccola minoranza dei giovani.

Cosa frena il senso di appartenenza all’Europa? Si possono sintetizzare le risposte date in tre grandi categorie. Chi rimprovera all’Unione europea di non interessarsi ai cittadini, o di non farlo abbastanza; chi è scettico sulla possibilità di poter colmare la distanza tra Bruxelles e il proprio territorio e infine chi, seppur condividendo gli ideali di cui l’UE è portavoce, fatica a vederne un risvolto concreto.

Nonostante queste affermazioni però, l’Unione Europea rimane comunque la fonte di speranza per il futuro, persino per i più dubbiosi: l’81,3% la indica come il soggetto che meglio potrebbe occuparsi delle sfide e delle priorità per la nostra generazione. Il restante degli intervistati ha risposto “Non saprei”. Emerge quindi una chiara consapevolezza e speranza che le risposte alle sfide del nostro tempo possono essere collocate e gestite solo a livello europeo.

Gli intervistati inoltre hanno dimostrato un forte l’interesse per le politiche che determineranno il loro futuro. Come naturale che sia per la generazione che dovrà prendere in mano le redini del pianeta - per un mero fattore biologico, potremmo dire - la grande preoccupazione dei giovani, qualunque sia il loro schieramento politico, è cosa potranno fare nel futuro, come trovare la stabilità economica, e soprattutto, come rispondere efficacemente alle grandi sfide ambientali, economiche e sociali che si trovano dinanzi.

Insomma, i giovani chiamano con insistenza, ma l’Unione Europea non resta in silenzio. Non è una casualità, infatti, che gli obiettivi che vincolano gli stati membri nel corretto utilizzo dei fondi europei del “Next Generation EU” coincidano proprio con le risposte alle priorità generazionali enunciate dagli intervistati.

La diversità di posizioni che i giovani hanno rispetto l’Europa è probabilmente il frutto di una costruzione di senso non univoca, come spesso invece si può pensare. L’Unione Europea certamente è, per tutti i giovani under-trenta, il grande contenitore in cui si muovono, in cui costruiscono e vivono i loro sogni e le loro aspirazioni e soprattutto in cui si muovono proprio per affrontare i problemi del XXI secolo. Non c’è una riflessione sul futuro senza, quindi, l’Unione Europea, senza una riflessione sul suo ruolo, senza un’Unione Europea all’altezza e a misura di giovane. Strumenti come il “Next Generation EU” sono chiari segnali in questa direzione. L’Unione Europea sta facendo quello che è in suo potere per mettere al centro dell’agenda politica le nuove generazioni.

A questo punto forse potremmo chiederci cosa dovrebbero fare gli stati nazionali: condividere maggiormente la propria sovranità e lasciare all’UE una più ampia capacità d’azione, in quanto soggetto politico più indicato dai giovani per rispondere alle sfide e priorità del loro tempo, e dotato della capacità e gli strumenti necessari per poter meglio assolvere a questi compiti?

Le criticità dell’Unione permangono, in ogni caso. Programmi come l’Erasmus hanno spesso il sapore di misure che sono dirette a una certa categoria di giovani, che da un lato si possono permettere l’università, in primo luogo, e che possono sostenere le spese necessarie per vivere all’estero (malgrado le borse di studio, spesso non sufficienti a coprire al 100% le spese)

L’Unione Europea è quindi da un lato riconosciuta come possibile sponda per affrontare le sfide del futuro ma, al contempo, per altri giovani, è ancora vista come un mondo distante, appartenente ad un altro sistema di vita. Colmare il divario sarà necessario per catturare gli attuali bisogni delle nuove generazioni; alcune soluzioni sono già potenzialmente presenti, ma aspettano una realizzazione vera e propria.

Non è la prima volta sicuramente che i giovani rappresentano sia la sfida che, al contempo, il grande tesoro per un contributo di cambiamento al processo di integrazione europea. Strumenti come il Fondo Sociale Europeo, Interreg o i Fondi strutturali e di investimento europei, così come gli investimenti NGEU, hanno indirizzato le energie comunitarie verso alcune di queste sfide, includendo anche i più giovani in un processo di investimento considerevole di risorse. La direzione appare corretta, anche se persistono dei deficit sul piano comunicativo.

Programmi e strumenti come quelli citati sono un passo nella giusta direzione, ma perché i giovani si sentano davvero europei non occorre solo garantire loro la possibilità di vivere l’Europa come una grande comunità politica federale, ma allo stesso tempo occorre che essi trovino nelle istituzioni europee l’alleato per affrontare la disoccupazione, il divario socioeconomico generazionale, la crisi ambientale e climatica, la crisi stessa della rappresentanza politica.

Da questo breve insieme di interviste emerge allora con forza l’idea che vi è un futuro per la “comunità” Europa. Un futuro che è anche la risposta alla mancanza di credibilità politica di cui oggi molte istituzioni nazionali soffrono.

L’articolo è uscito, tradotto in inglese, su «The Ventotene Lighthouse»

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