Concludiamo la nostra serie di interviste a giovani italiani con le somme conclusive

I giovani non sono una categoria

, di Davide Emanuele Iannace

I giovani non sono una categoria
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Quando si inizia a preparare un’intervista o un questionario, qualunque scienziato sociale, analista, giornalista, parte con dei pregiudizi. Parte con dei pregiudizi che intendiamo nella loro forma più pura, dei pre-giudizi. Quando abbiamo deciso di condurre questa serie di interviste coinvolgendo giovani di diverse città d’Italia, età, estrazione sociale, storia personale, ci eravamo prefigurati in qualche modo una schietta divisione: europeisti acculturati e giramondo contro localisti più legati meno esperti di viaggi e studi all’estero.

È una cosa naturale crearsi delle aspettative, basate sui propri bias cognitivi e conoscitivi precedenti, ma anche influenzati dalla retorica che nell’aria vola facilmente e dalle aspettative creatasi dai precedenti storici. Basti pensare alla Brexit, dove di per sé si è sempre percepito lo scarto tra Leave e Remain come legato a tre fattori: urbano vs rurale, giovane vs anziano, culturalmente educato vs non culturalmente educato.

Se guardiamo i dati in percentuale e in assoluto, tale divario non è però tanto enorme. Per ogni centinaio di migliaia di scarto, vi sono però milioni che hanno supportato la posizione che meno ci si aspettava. Quanto è uscito fuori dalle interviste che abbiamo pubblicato nelle scorse settimane è in linea con quanto ci aspettavamo? Non esattamente.

Sicuramente, nessuno delle persone che abbiamo intervistato ha mai dato risposte nette come “Odio l’Europa e vorrei uscirne”. La si critica, la si può mettere sotto una chiave di lettura socio-ideologica diversa da quella che ci si aspetta, ma non siamo arrivati a sfociare nell’esasperato euroscetticismo nichilista che vorrebbe un ritorno a frontiere nazionali e a uno sfaldamento dell’Unione così come la conosciamo. Non ci sorprende che i temi principali che vengono riconosciuti come le sfide del futuro siano il problema della sostenibilità economica e ambientale, e soprattutto il lavoro. Quale giovane, dopotutto, non si preoccupa a modo suo del futuro?

È interessante però come queste posizioni più o meno favorevoli all’Europa trascendano quella che noi, che abbiamo pensato l’intervista, pensavamo fosse il fattore determinante, ovvero l’aver o meno partecipato ad attività di studio e lavoro fuori i confini nazionali. Qualcuno che pur ha avuto modo di vivere appieno i progetti Erasmus o la rottura delle barriere nazionali si è posto su una linea più nazionalista, rispetto a qualcuno che pur privo di qualsivoglia tipo di esperienza di studio o lavoro all’estero si senta, o si percepisca, come pienamente europeo. Perfino cosa vuol dire sentirsi europei, se abbia ancora un senso distinguere tra il sentirsi italiano o europeo, viene a volte messo in discussione.

Cosa ci dice tutto questo?

Ci dice innanzitutto che i giovani non sono una categoria uniforme, non sono una massa omogenea che si muove lungo canali prestabiliti. Le sue preoccupazioni sono legate alla sopravvivenza, trascendono la politica. Nessun giovane potrebbe non preoccuparsi del proprio futuro lavorativo, ad esempio, né pensare che le istituzioni nazionali ed europee non dovrebbero occuparsi di questo delicato tema. Lo stesso dicasi per i problemi legati all’ambiente e alla sostenibilità, sono temi entrati tanto nel discorso comune che, allo stesso tempo, ben presenti nella mente di ognuno. La paura e la tensione per il futuro si percepiscono, sono palpabili, e incidono su come reagiamo alla vita di ogni giorno.

Ci dice che i giovani non sono tutti europeisti e che essere europeisti vuol dire molto, e vuol dire anche nulla. Questo è particolarmente rilevante. L’Europa esiste nelle aspettative verso il futuro dei giovani, perché nessuno di loro è nato prima che anche un’unità di tipo politico-economica non esistesse già. Per nessuna persona sotto i trent’anni sono mai esistiti l’URSS, gli stati-nazione europei privi di autorità superiori alla loro. Non esiste che io prenda il passaporto per andare a Berlino. Se vedo la bandiera europea, che io mi riconosca o meno nell’istituzione, so di essere in territorio sicuro. Questo i giovani lo provano e lo percepiscono, perché sono vissuti all’interno della struttura europea da quando hanno memoria.

È importante sottolineare questo aspetto, perché se tutti i giovani sono vissuti all’interno di un contesto europeo, in senso politico, perché non tutti si percepiscono o si sentono europeisti? Perché non tutti supportano le attività dell’Unione? Cosa manca, qual è quel tassello mancante? Di primo impatto, direi nessuno. Nel senso, come opera umana, l’UE è una struttura fondamentalmente fallace e sicuramente migliorabile. Di per sé, però, le istituzioni nazionali stesse sono spesso sotto attacco, sono considerate inaffidabili, capaci di errori madornali, corrotte o a volte anche peggio. Per quanto si provi a trovare il generale consenso, esso non sarà mai – fortunatamente – assoluto. Allo stesso tempo, preso tale punto di vista, cosa sbaglia l’Europa? Perché un’istituzione che è radicata nel futuro e che sfida il passato per il suo stesso esistere, non riesce sempre a far breccia?

I problemi si potrebbero elencare e potremmo non finire oggi. Ognuno poi, ha le sue soluzioni. Non è questa la sede per approcciare il problema, ne abbiamo parlato altrove e molto di più – e si spera anche bene. Conta questo: i giovani hanno problemi comuni e si pongono soluzioni diverse. L’Europa fa, in media, parte delle soluzioni possibili, è un’organizzazione che riscuote successo operativo, ma spesso non ideologico. Esiste, quindi poiché esiste deve lavorare e per molti lo fa male. È su questi due piani che forse l’Unione deve ancora faticare, prima ancora di potersi trasformare effettivamente in una federazione: lavorare meglio, soprattutto dirlo meglio e dirlo di più ai giovani; deve lavorare sulla sua capacità di proiettarsi al futuro. Eventi come la Conferenza sul futuro dell’Europa non sono sufficienti, perché a dispetto della volontà di coinvolgere più fasce e più quote possibili della popolazione, sono ancora percepiti come eventi di una élite, o lontani dai problemi della gente comune. L’EU ha bisogno di una visione, di ritrovarla anzi questa visione, che è già lì, impolverata ma scritta da Monnet, Spinelli e tutti coloro che han posto le pietre fondamentali al processo di integrazione socio-economico-politico del continente.

Non possiamo dare per scontata l’Europa, né possiamo dare per scontato che i giovani aderiranno in massa a un progetto che, senza la forza però del futuro, non ha nemmeno senso di esistere. L’UE si è posta come superiore alternativa allo Stato nazionale che ha condotto più e più volte l’umanità tanto al successo che sull’orlo degli orribili baratri delle due guerre mondiali, e non solo. Se si vuole far sopravvivere l’ideale c’è bisogno di una ottima pratica, così come perché la pratica sia riconosciuta c’è bisogno di un ideale più alto che sia perseguibile. I giovani sono indispensabili, o qualsiasi piano si scontrerà contro semplicemente i due nemici dell’essere umano: tempo e morte. Il sentimento federalista ha già emigrato di generazione in generazione, giungendo fino a noi. Non basta. Non è ancora sufficiente. C’è bisogno di un collettivo sforzo per riuscire a combattere quelle sfide – quella ambientale, quella del lavoro, quella dei diritti – che tutti i giovani percepiscono e che tutti vogliono superiore. Il nemico da combattere c’è. Una base di istituzioni c’è. Ora c’è solo da rispolverare l’idea che, il futuro, non sia solo minacce, ma anche possibilità di cambiamento verso un nuovo mondo, un mondo si spera migliore.

L’INTERA INCHIESTA

  1. Eleonora e Valerio
  2. Paolo ed Eleonora
  3. Ilaria e Alfredo
  4. Matteo e Margherita
  5. Luca e Veronica
  6. Eleonora e Micol
  7. Lorenzo e Chiara
  8. Federico e Arturo
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