Il diritto all’aborto negli States, una storia molto politica e poco giusta

, di Cesare Ceccato

Il diritto all'aborto negli States, una storia molto politica e poco giusta
Lorie Shaull from St Paul, United States, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/license...> , via Wikimedia Commons

Con la sentenza Dobbs contro Jackson Women’s Health Organization, la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha negato il diritto all’aborto quale materia federale e ha rimesso il potere nelle mani dei singoli Stati, ribaltando la celebre Roe contro Wade, vigente dal 1973. Un passo indietro storico, caratterizzato dalla politica degli States, sempre più influente della giustizia, anche quando si parla di diritti umani.

Guardare al di là dell’Atlantico, per noi Europei, fa sempre uno strano effetto. Si colgono tante analogie quante profonde differenze, e spesso e volentieri si tralasciano queste ultime perché mai pesanti quanto quelle con il blocco orientale. Eppure certi aspetti ci traumatizzano ancora. Innegabile come solo poche settimane fa a tutti noi sia salito un brivido sulla schiena sapendo dell’ennesimo caso di school shooting e come ci abbia stranito sapere che il Senato degli Stati Uniti abbia dichiarato la legge in risposta, che conferma il libero commercio di armi da fuoco ma impone controlli - neanche tanto stringenti - sui minori di ventuno anni intenzionati all’acquisto, la più importante sul tema da decenni. Se pensavamo quella sarebbe stata la notizia più sconcertante del periodo ad arrivare dal Paese a stelle e strisce, ci sbagliavamo di grosso; con una sentenza della Corte Suprema, da oggi, il diritto all’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti non è più garantito a livello federale.

Non si può dire un fulmine a ciel sereno, infatti, a inizio maggio Politico rilasciò lo scoop che anticipava questa decisione. Seppur sia incontestabile l’affidabilità delle sue notizie, al giornale online l’opinione pubblica non rispose universalmente con preoccupazione, ma anche con scetticismo, vista la rarità con cui si verificano fughe di notizie sulle decisioni della Corte. Purtroppo per tutti i difensori dei diritti umani, l’indiscrezione si è rivelata vera. Il 24 giugno 2022, con la sentenza Dobbs contro Jackson Women’s Health Organization, la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha ribaltato la sentenza Roe contro Wade del 1973.

Come ci siamo arrivati? Torniamo agli anni ‘70, quelli delle grandi proteste contro l’ordine costituito nate con i moti del Sessantotto e delle altrettanto grandi riforme specialmente nel campo dei diritti civili. è un periodo tormentato per gli Stati Uniti, il periodo più caldo della guerra fredda, quello della guerra del Vietnam, attraversato sotto la presidenza di due dei leader più controversi della storia del Paese, Lyndon B. Johnson prima, Richard Nixon poi. Tra repubblicani e democratici, conservatori e progressisti, il popolo americano non è mai stato tanto diviso. In questo contesto, emerge la figura della texana Sarah Weddington, neolaureata in giurisprudenza intenzionata, insieme a un gruppo di altri giovani giuristi dell’Università di Austin, a sfidare gli statuti anti-aborto vigenti. Ai tempi, la disciplina era completamente statale e in ben trenta Stati l’aborto era considerato reato, non poteva essere praticato nemmeno in caso di stupro, incesto, malformazioni fetali o pericolo per la donna. Weddington, attraverso alcuni amici, conosce Norma McCorvey, ragazza di Houston incinta del terzo figlio, conscia di non poterlo crescere e volenterosa di abortire, ma impossibilitata dai parametri imposti dallo Stato del Texas.

Le due intentano causa contro Henry Wade, procuratore distrettuale della contea di Dallas. A fondamento dell’accusa di McCorvey - negli atti del tribunale indicata con il nome fittizio di Jane Roe, assunto per proteggerne l’identità - la vaghezza delle leggi statali, contrarie alla certezza assicurata dalla Costituzione, e la violazione del diritto alla privacy personale, protetto dal primo, quarto, quinto, nono e quattordicesimo emendamento. In parole povere, la norma texana con cui si vieta l’aborto aggira la Costituzione americana invadendo la sfera privata della persona. I giudici si trovano a dover verificare questa supposta violazione, tenendo conto di come il diritto alla privacy, nel caso di specie, sia bilanciato dagli interessi del Governo nel proteggere la salute delle donne e proteggere «il potenziale della vita umana». Con il parere favorevole di sette dei nove giudici, la Corte stabilisce che il diritto di una donna di scegliere di abortire rientra in toto nel diritto alla privacy e che una legge statale che proibisce l’aborto senza riguardo allo stadio della gravidanza viola tale diritto. Infatti, sempre secondo la Corte, sebbene lo Stato abbia interessi legittimi nel proteggere la salute delle donne incinte e la «potenzialità della vita umana», il peso relativo di ciascuno di questi interessi varia nel corso della gravidanza e la legge deve tenere conto di questa variabilità. Per cui, nel primo trimestre di gravidanza, lo Stato non può regolamentare la decisione di aborto, solo la donna incinta e il suo medico curante possono prendere tale decisione. La sentenza, naturalmente, va a condizionare le leggi degli altri Stati americani e il caso Roe contro Wade definisce la legge sull’aborto a livello federale. Tutto chiaro, lampante, preciso. E allora come è possibile che le carte in tavola siano cambiate a distanza di cinquant’anni?

Nel 2018, con una legge denominata Gestational Age Act, lo Stato del Mississippi si pone in contrasto con la storica sentenza e pone un limite oltre il quale non sarebbe possibile alcuna pratica abortiva. L’unica clinica per aborti del Mississippi, la Jackson Women’s Health Organization, e uno dei suoi medici, Sacheen Carr-Ellis, citano quindi in giudizio Thomas E. Dobbs, ufficiale sanitario statale del Dipartimento della salute dello Stato del Mississippi, e Kenneth Cleveland, direttore esecutivo del Mississippi State Board of Medical Licensure, per contestare la costituzionalità della legge. Dopo due passaggi superficiali e infruttiferi al tribunale distrettuale, eccoci di nuovo davanti alla Corte Suprema.

La Corte Suprema degli Stati Uniti è composta di nove giudici, secondo quanto dettato dalla Costituzione, questi vengono nominati dal Presidente degli Stati Uniti, con il consenso confermativo del Senato e, una volta occupata la poltrona, coprono il ruolo a vita o finché non optino per il ritiro. La Corte del 1972 citata in precedenza mostra una eterogeneità invidiabile, proprio perché andata formandosi in un periodo di incertezza politica della potenza a stelle e strisce. Per andare nel concreto, dei nove giudici di quella Corte, tre erano stati nominati da Nixon, ma di quelli solo uno si può dire gran conservatore, William Rehnquist. La Corte di oggi, invece, si è costruita con un Senato mai in bilico, sempre saldamente orientato a destra o a sinistra e ancorato all’ideologia di chi sedeva nello studio ovale. Ecco perché la colpa della sentenza ribaltata si attribuisce all’ex Presidente Donald Trump, reo di aver nominato tre dei cinque giudici che hanno appena rifatto la storia: Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. Per dovere di cronaca, gli altri due sono Samuel Alito, nominato nel 2006 da George W. Bush e Clarence Thomas, alla Corte dal 1991 per volontà di George H. W. Bush.

Si tratta quindi di una sentenza politica? Sì, come lo era quella del 1972. Entrambe sono condizionate dall’ideologia del tempo, ma se allora si presero in considerazione dei criteri legali e delle libertà indiscutibili, oltre ad analizzare la sfera scientifica, qui c’è stata l’azione di pancia. La giustificazione della Corte a favore della sentenza del 24 giugno è la seguente: la Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto, e nessun tale diritto è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale, l’appellarsi al diritto alla privacy è un ragionamento eccezionalmente debole e non può bilanciare il diritto alla vita, anche quando questa è “potenziale”, per cui la questione dell’aborto è da restituire ai rappresentanti eletti del popolo. Insomma, per i giudici sembra valere solo quanto scritto nel 1789, senza alcuna analogia applicabile. Nelle zone d’ombra, operino i senatori, poco importa se lo faranno in nome della propria mentalità e non del benessere del popolo americano.

Ora che il tema sarà di competenza statale, secondo le stime, circa cento milioni di cittadini americani, quelli del già citato Mississippi, come quelli dell’Alabama, del Michigan, del Missouri, dell’Arkansans, del Kentucky, della Louisiana, dell’Oklahoma, dello Utah, dell’Idaho, del Tennessee, del Texas, del Wyoming, del Nord e del Sud Dakota, vedranno il diritto all’aborto sparire completamente o quasi. Poco possono farci le potenti parole dell’ex first lady Michelle Obama o della speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi.

Il diritto all’aborto è stato negato e i pro-life di tutto il mondo, dal locale Mike Pence agli italiani Mario Adinolfi e Simone Pillon (ormai famoso perché felice solo quando si compromette qualche libertà altrui), fino al primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, esultano, non comprendendo come non sia stata negata la pratica dell’aborto. Questa tornerà a essere clandestina e - di conseguenza - estremamente pericolosa per tantissime donne americane. Per la loro vita, a cui gli anti-abortisti dicono di essere tanto affezionati.

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