Iniziamo con una nuova serie d’articoli dedicata al tema del multilinguismo, delle lingue in Europa e delle minoranze linguistiche

L’eguaglianza linguistica come cardine della democrazia globale

, di Silvia Lai

L'eguaglianza linguistica come cardine della democrazia globale
Torre di Babele - Museum Rotterdam, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/license...> , via Wikimedia Commons

Le lingue sono state un caposaldo dell’idea di nazione, come etnia unita da una sola lingua che la differenzia da tutte le altre. Per questo motivo, il dibattito sul multilinguismo, il ruolo delle minoranze linguistiche nei paesi europei e il ruolo della lingua franca - che sia inglese, o esperanto - è necessario nel pensiero federalista per superare un apparentemente insormontabile ostacolo. Eurobull ospiterà quindi fino al 26 settembre 2021 una serie di speciali dedicati alle lingue in Europa, per spingere ad una rinnovata, non-ideologica riflessione sul futuro federale e il suo stretto legame con il linguaggio.

"Nella storia della civiltà il bene comune è stato, di volta in volta, la città-stato, l’impero, la classe, la nazione. Ci troviamo alle soglie di un’epoca in cui il bene comune può finalmente essere concepito come quello dell’umanità intera. Tocca ai federalisti tradurre queste indicazioni culturali in azione” - Guido Montani [1]

Siamo federalisti mondiali e, pertanto, la federazione mondiale risulta essere per noi un obiettivo consecutivo, coerente e conseguente a quello del federalismo europeo.

Ma il fatto che siamo federalisti mondiali, oltre che europei, come può influenzare il nostro approccio alla diversità linguistica?

Sicuramente è utile ricordarsi anche in questo caso che quella federalista è un’identità multilivello. Da una parte allora, dobbiamo essere consci e orgogliosi della storia linguistica del nostro continente, di ciò che accomuna i linguaggi e le lingue dell’Unione; dall’altra dobbiamo decostruire i pregiudizi linguistici che ci fanno credere, a livello inconscio e collettivo, di essere linguisticamente superiori ai parlanti delle lingue extraeuropee. Procediamo allora col primo di questi intenti: acquisire consapevolezza come “parlanti europei” sulla nostra identità linguistica.

Iniziamo quindi col dire che molto probabilmente gran parte delle lingue parlate oggi nell’Unione Europea siano riconducibili a una protolingua, o un insieme di protolingue strettamente imparentate tra loro. Si tratta naturalmente della tanto citata famiglia delle lingue indoeuropee [2]. Questa famiglia comprende quasi tutti gli idiomi presenti in Europa e nel nord dell’India (Hindi e Urdu). Quindi russo, italiano, celtico, tedesco, e sanscrito, ma anche napoletano e bretone, sono lingue che discendono da un’unica protofamiglia. Naturalmente, a livello filologico e linguistico si possono portare avanti solo supposizioni su questa parentela, data la natura inesatta delle scienze linguistiche, storiche, antropologiche che studiano lo sviluppo del linguaggio umano. Se però le ipotesi filologiche corrispondessero a realtà, allora la lingua indoeuropea sarebbe stata parlata nel neolitico da un popolo che abitava il confine tra le attuali Europa e Asia. Lo stesso popolo poi, secondo Diamond [3], sarebbe potuto migrare verso ovest intorno dal 4.000 A.C anche grazie alla domesticazione del cavallo, animale un tempo selvatico che popolava la steppa in branchi, a nord del Mar Nero. Infatti, sempre secondo tale ipotesi di Diamond, il possesso dei cavalli avrebbe permesso agli indoeuropei di ricoprire lunghe distanze, oltre che vincere facilmente sui popoli che ne erano sprovvisti e che già abitavano il nostro continente. A partire da quel momento i nostri ascendenti si sarebbero espansi verso ovest e diversificati in vari sottogruppi per tutte le regioni d’Europa. Mano mano che questo processo avanzava, l’indoeuropeo si ramificava nelle varie sottofamiglie: questo fenomeno di differenziazione tra idiomi si chiama deriva linguistica ed è dovuto a un distanziazione fisica e geografica dei popoli che parlano una data lingua. Così sono nati i rami celtico, germanico, slavo, neolatino e baltico, per nominare solo i più noti tra quelli della sopracitata famiglia.

Potrebbe sembrare controintuitivo che gli scozzesi, Massimo Troisi, Goldoni, e gli insegnanti di Yoga che recitano le preghiere sanscrite usino lingue tra loro imparentate. Per abbattere questo sbigottimento iniziale proveremo a dire che esistono alcune serie di parole, accomunate dallo stesso significato, che presentano lo stesso tipo di consonanti in pressoché tutte le lingue europee: una consonante occlusiva dentale sorda o sonora (es. t o d) per indicare il numero tre: latino tres, sanscrito trayas, inglese three, tedesco drei, russo три (“tri”). Non solo, come dice Soravia [4] anche un profano può notare che esistono corrispondenze sistematiche tra lingue europee, ad esempio quella da lui citata della p (occlusiva dentale sorda) di parole italiane come padre, pesce e piede che diventa f in inglese: father, fish, foot. Ancora fu Bopp (1816) a scoprire nel XIX secolo le somiglianze tra il sistema flessivo del latino e quello del sanscrito ne Il sistema di coniugazione del sanscrito comparato con quello del greco, latino, persiano e germanico, come ricorda lo stesso Soravia [5].

Altro piccolo dettaglio che accomuna le lingue indoeuropee sono i verbi, intesi come categorie grammaticali marcate da specifici suffissi. Sembra scontato? Niente affatto. Come spiegato da Berruto e Cerruti [6], nelle lingue del tipo isolante (cinese e vietnamita ad esempio), non esistono per nulla o quasi i gruppi grammaticali. La funzione che una parola ricopre è specificata dalla posizione che occupa nella frase. Invece, noi europei utilizziamo i cosiddetti morfemi flessionali. Nella parola straniero ad esempio, abbiamo il morfema strani che indica il lessema, cioè il soggetto realmente presente nel mondo reale cui la parola si riferisce. Il morfema er indica invece che si tratta di un sostantivo, quindi la parola fa riferimento a una categoria grammaticale ben precisa. il suffisso o invece, indica che lo straniero è uno ed è un maschio. Dunque, una parola contiene almeno quattro informazioni: il tipo di persona, il singolare, il maschile e la categoria grammaticale di appartenenza. Ma ci sono lingue dove questi diversi concetti sarebbero espressi con diverse parole separate l’una dall’altra, come nel caso del vietnamita citato sempre da Berruto e Cerruti [7], dove “straniero” si dice người đàn ông la, espressione composta da người (persona), đàn (sesso), ông (maschio), la (di fuori), quindi con quattro parole distinte.

Altro fatto, forse antropologicamente più interessante: tutte o quasi le lingue parlate in Europa organizzano e coniugano i verbi nei tempi passato, presente, futuro. Ciò contribuisce a creare nel nostro immaginario collettivo una visione lineare del tempo. Almeno questo era uno dei famosi concetti su cui faceva perno la tesi della relatività linguistica del di Whorf, in parte ridiscussa e ridimensionata, ma sicuramente considerata anche dai suoi detrattori un caposaldo nella storia della linguistica. [8]

Ciò che emerge dall’opera di Whorf è che, in un certo senso, passato, presente e futuro siano concepiti ed espressi dai parlanti europei come degli oggetti allineati. La domanda che sorgerà spontanea nel lettore potrebbe essere: “ma perché, ci sono alternative?” In effetti per rispondere a questo quesito è necessario che inizi a intervenire una logica federalista: dobbiamo cioè uscire da una prospettiva eurocentrica. Non esiste solo il nostro modo di pensare, di parlare, di vivere. Naturalmente popoli altri, non sono dei poveri primitivi che aspettano la grazia di poter diventare evoluti come noi, fortunati a detenere le lingue più sofisticate del mondo. Un parlante Hopi , quindi nativo americano dell’Arizona, potrebbe chiedersi: ma davvero questi europei usano per parlare di Giulio Cesare, uomo realmente esistito, la stessa forma verbale (passato remoto o equivalente) che usano per parlare di Harry Potter, mago undicenne inventato di sana pianta da una scrittrice? Per gli Hopi infatti ciò che distingue realmente un evento da un altro, non è il fatto che questo sia collocato nel presente oppure no, ma il fatto che il parlante ne sia testimone mentre lo enuncia o al contrario che lo aspetti o ancora che si tratti di una regola generale valida in tutte le dimensioni spazio-temporali (es. “di notte non si vede”) [9] . Questo fatto però, non deve trarci in inganno: il modo della testimonianza, non coincide necessariamente col nostro presente. Infatti io posso arrivare allo stadio pochi secondi dopo la fine della partita ed essere testimone del fatto che i calciatori abbiano giocato in un passato prossimo. Vedo l’arbitro con il fischietto attorno al collo, vedo delle maglie sudate e dei visi arrossati. In questo caso gli Hopi utilizzerebbero magari il modo della testimonianza pur trattandosi di un evento passato e non presente. Discorso speculare vale per il concetto dell’attesa, che gli Hopi prevedono come modo verbale in mancanza del futuro. L’attesa non coincide necessariamente col futuro, poiché io, come il protagonista del Deserto dei Tartari, posso attendere un evento che non arriverà mai. Semplicemente per gli Hopi non è rilevante la dimensione esteriore e oggettiva, ma quella interiore e soggettiva. Secondo la loro visione il tempo non è scindibile dall’esperienza dell’individuo e, soprattutto, non è quantificabile in modo razionale. Stando a Ugo Fabietti [10], un modo soggettivo di organizzare linguisticamente il tempo è stato tipico anche dell’Europa preindustriale, anteriormente quindi al XVIII secolo. Infatti, il noto antropologo ricorda [11] come il tempo sia divenuto misurabile assieme a quello che Max Weber (1892) avrebbe definito “lo spirito del capitalismo”, secondo il quale vale la massima che il tempo sia denaro. Ma un tempo ciclico piuttosto che lineare, soggettivo piuttosto che oggettivo, avrebbe continuato a coesistere con quello razionale nella società contadina europea: basta parlare con i nostri nonni per sapere che accanto al tempo definito cronometrico da Fabietti [12], esisteva il tempo della mietitura, della vendemmia, dell’avvento. Questo tempo ciclico rimanda a quello che, come ricorda lo stesso antropologo [13], lo studioso di religioni Eliade (1975) definisce il tempo de l’eterno ritorno. Si tratta di un modo comune a tutte le società del mondo di concepire lo scorrere degli eventi e che in Europa si affianca a una visione lineare. Semplicemente quindi, una data organizzazione linguistica non è indice della presunta superiorità antropologica della cultura europea sulle altre. Semmai, una tale diversità indica che culture preindustriali extraeuropee, possiedono esigenze diverse dalle nostre di definire lo spazio e il tempo. Inoltre, queste diverse concezioni sono indicative di sistemi di valori alternativi ai nostri, ma non per questo immorali o incivili.

A rafforzare l’idea che gli europei non abbiano lingue necessariamente più logiche degli altri, basti pensare a un altro esempio di cultura che non prevede l’uso del tempo passato, ma capace in compenso di importare il gioco degli scacchi e utilizzare il sistema numerico posizionale prima di noi: mi riferisco alle lingue arabe. Infatti, come ben sintetizzato da Soravia, [14] Questi idiomi che appartengono alla famiglia semitica, dove si colloca anche l’ebraico, non prevedono il passato. In compenso contemplano un modo verbale dedicato alla dimensione indefinita della favola che, per definizione, non è collocata in un tempo preciso. Infatti le varietà linguistiche arabe possiedono gli aspetti verbali, non i tempi verbali.

Un pensatore cui i federalisti europei e mondiali dovrebbero tendere è, senza dubbio, Franz Boas. Egli fu il precursore di un cambio nella prospettiva dell’antropologia linguistica, avendo affrontato in modo rivoluzionario lo studio delle lingue diverse da quelle indoeuropee, comprensive dell’inglese americano. Infatti, Boas evitò un approccio empirico riferito alla linguistica, in favore di uno studio sistematico delle grammatiche appartenenti alle lingue extraeuropee. L’effetto fu un colpo di grazia all’evoluzionismo sia in senso antropologico che in senso linguistico. Boas, infatti, dimostrò in The limitations of the comparative method of anthropology (1896), che le lingue dei popoli allora definiti “primitivi” non possedevano una struttura meno complessa della nostra. In altre parole, le lingue europee non rappresentano lo stadio evoluzionistico più avanzato cui il linguaggio, inteso come facoltà umana, può tendere. Altrimenti detto, Boas sconfessava una visione occidentale a un tempo razzista e finalista, dunque evoluzionista, tipica del XIX secolo. Il nostro modo di vivere e di parlare non è il più progredito in ordine di tempo e civiltà, ma solo uno dei tanti possibili.

In conclusione, possono risultare interessanti le teorie che emergono dalle opere di linguistica del filosofo e traduttologo Humboldt [15] che asseriscono diversi principi cardine: niente di ciò che viene detto da una lingua può essere travasato in un’altra, poiché ogni lingua rappresenta delle lenti uniche con cui osservare il mondo. Quindi la diversità degli idiomi e dei linguaggi non costituisce una difficoltà insormontabile, ma l’occasione per avvicinarsi alla realtà noumenica, quindi alla vera essenza di altri popoli. Tanto più la lingua è lontana, quindi straniante, tanto più unica risulta l’occasione di confronto interculturale. L’arte della traduzione che, aggiungiamo noi, viene giustamente adottata come prassi dagli organi UE, rappresenta un’occasione di interscambio imprescindibile. Secondo fatto deducibile dalle tesi di Humboldt: la lingua è un momento di incontro tra il particolare e l’universale. Ciascuno di noi produce un discorso irripetibile, che nessun altro sarebbe in grado di replicare. Tuttavia, la facoltà di produrre un discorso intellegibile è tipica del genere umano, ci unisce tutte e tutti. Pertanto, la diversità linguistica non deve concorrere a creare gerarchie tra popoli e tra persone, ma conferma che la comunicazione come capacità potenziale accomuna tutti gli individui, i quali la estrinsecano percorrendo vie diverse. Le varie forme che il linguaggio umano assume non dipendono dal grado di evoluzione dei popoli, ma dalle loro diverse esigenze o abitudini sociali, economiche e culturali.

Pertanto in un mondo che è già un immenso villaggio globale, la soluzione all’esigenza di una mutua comprensione non è esportare le lingue europee ma supporre che, accanto all’inglese inteso come Lingua Franca, tutte le famiglie linguistiche vadano rispettate, studiate, salvaguardate.

Ora, per capire che noi europei siamo tutto fuorché soli nell’universo, si pensi che, stando alle stime di Ethnologue [16] , le lingue parlate nel mondo sono circa 7.139, di cui solo (si fa per dire) 446 quelle indoeuropee. Non è tutto: la famiglia indoeuropea è solo una delle 18 famiglie esistenti sul pianeta , individuate in numero massimo da varie teorie linguistiche, e riportate dai già citati Berruto e Cerruti [17]. È altresì vero che le nostre lingue,per quanto poche rispetto alla varietà totale, vengono in alcuni casi considerate da molti linguisti comunque tra le poche grandi lingue parlate sulla Terra per un motivo che Marina Yaguello [18] sintetizza molto bene: nessuna lingua europea se presa singolarmente è la più diffusa come lingua materna. Basti pensare alla mole di cittadini cinesi che come prima lingua presentano il mandarino, il quale appartiene evidentemente alla famiglia sinotibetana e non a quella indoeuropea. Infatti, i parlanti cinesi sorpassano numericamente i madrelingua inglesi. Questi ultimi oltretutto, in quanto occidentali, presentano un tasso di crescita basso, se non addirittura un rischio di retrocessione demografica. Tuttavia, idiomi come quelli indiani o cinesi sono utilizzati da quelle che Yaguello chiama “masse compatte” di parlanti, dunque diffuse in modo omogeneo in una zona sì estesa e molto popolata, ma confinata a un unico blocco di territori tra loro confinanti o attigui. Le grandi lingue indoeuropee come francese e inglese hanno invece una vocazione di tipo veicolare, ovvero di interscambio, anche perché presenti e adottate come ufficiali su stati presenti in pressoché tutti i continenti. Forse a ciò ha contribuito il fatto che nel 1920 l’impero Britannico occupava ¼ delle terre emerse e nello stesso decennio quello francese ne occupava 1/10. Naturalmente è facile intuire che francese e inglese godessero di un notevole prestigio culturale nelle aree dominate o controllate dai rispettivi stati nazionali. Le lingue locali erano parlate da persone economicamente, quindi socialmente, subalterne. L’ipotesi che le lingue europee siano grandi lingue, quindi largamente diffuse, per la superiorità cognitiva che presupporrebbero, è di gran lunga meno logica e probabile di motivi riconducibili ai fattori storici menzionati. Semplicemente, le lingue riflettono i rapporti di potenza tra stati e persone. Emergere come i detentori degli idiomi più diffusi e veicolari non può farci credere che ciò dipenda dalle caratteristiche intrinseche delle nostre lingue. Essere orgogliosi di ciò che si è non implica dover sminuire l’altrui identità. Ricordarsi poi di quanto vasta e variegata sia la comunità mondiale dei parlanti risulta un atto dovuto ai popoli che parlano le migliaia di piccole lingue diffuse nel mondo. Tale consapevolezza rappresenta altresì il primo passo da compiere per salvaguardare la pluralità dei sistemi di pensiero a livello globale, contro la corsa all’omologazione causata, direttamente o indirettamente, dalla globalizzazione. Abbandonare l’idea di una nostra pretesa superiorità linguistica significa abbandonare l’idea della nostra pretesa superiorità intellettuale. La consapevolezza che si debbano estendere a tutta l’umanità gli stessi diritti ma non gli stessi stili di vita e di pensiero, deve essere la prerogativa del federalismo. Ma tale prerogativa non si può affermare prima che sia maturata la giusta consapevolezza sulla varietà e complessità dei sistemi linguistici, quindi culturali, adoperati dal genere umano. Come scrive ancora Marina Yaguello

La diversità delle lingue, percepite come maledizione,in particolare dagli utopisti inventori delle lingue universali, è invece una ricchezza, un tesoro di cui non abbiamo ancora finito di fare l’inventario [19]

Note

[2Tra le maggiori lingue europee che sono consensualmente classificate come non appartenenti alla famiglia linguistica indoeuropea citiamo il finlandese, l’estone e le lingue sami (lingue finno-permiche), l’ungherese (lingua ugrica), il maltese (lingua semitica), il basco (lingua isolata)

[3Cfr. J.M. Diamond, Armi, Acciaio e Malattie, traduttore Luigi Civalleri, Cles (Tn), Einaudi, 2014 p.91

[4Cfr. Soravia G., Le lingue del mondo, Bologna, Il Mulino, 2014, p.28

[5Ibidem

[6Cfr. Berruto G.,Cerruti M., La Linguistica, un corso introduttivo, Novara, De Agostini Scuola SpA, 2011, p.241-242

[7Ibidem

[8Riferimenti a questa tesi possono essere trovati nell’antologia “Language, thought, and reality: selected writings”, curata da J. B. Carroll e S. Chase

[10Cfr. Fabietti U., Elementi di antropologia culturale,Terza edizione, Milano, Mondadori,2015 p. 131

[11Ibidem

[12ibidem

[13Ibidem

[14Cfr. Soravia G., Le lingue del mondo, Bologna, Il Mulino, 2014, p.180

[15in particolare dallo scritto Über die Verschiedenheit des menschlichen Sprachbaues und ihren Einfluss auf die geistige Entwicklung des Menschengeschlechts nel 1836

[17Cfr. Berruto G.,Cerruti M., La Linguistica, un corso introduttivo, Novara, De Agostini Scuola SpA, 2011, p.229-230

[18Cfr. Yaguello M., Catalogue des idées reçues sur la langue, N^di edizione 98546-7, éditions du Seuils, 1988, p.27-28

[19Yaguello M., Catalogue des idées reçues sur la langue, N^di edizione 98546-7, éditions du Seuils, 1988, p. 25, il contenuto di questa specifica citazione è tradotta da Lai S.

Tuoi commenti
moderato a priori

Attenzione, il tuo messaggio sarà pubblicato solo dopo essere stato controllato ed approvato.

Chi sei?

Per mostrare qui il tuo avatar, registralo prima su gravatar.com (gratis e indolore). Non dimenticare di fornire il tuo indirizzo email.

Inserisci qui il tuo commento

Questo campo accetta scorciatoie SPIP {{gras}} {italique} -*liste [texte->url] <quote> <code> ed il codice HTML <q> <del> <ins>. Per creare paragrafi lasciare semplicemente delle righe vuote.

Segui i commenti: RSS 2.0 | Atom