La questione curda e il Confederalismo democratico: una prospettiva federalista (Parte 2)

, di Michelangelo Roncella

La questione curda e il Confederalismo democratico: una prospettiva federalista (Parte 2)
Montecruz Foto, CC BY-SA 2.0 <https://creativecommons.org/license...> , via Wikimedia Commons

Dopo una breve storia del popolo curdo e della loro attuale situazione politica, pubblicata lo scorso mese, prosegue la rubrica di Eurobull sulla questione curda e il Confederalismo democratico, oggi improntata sul significato di questo concetto.

Il manifesto “Confederalismo Democratico” è scritto da Abdullah Öcalan, tuttora recluso nell’isola turca di Imrali. Il documento inizia con una critica originale al modello dello Stato-nazione - considerato uno strumento del capitalismo - in un contesto di decolonizzazione e di Guerra Fredda.

“[Inizialmente, il] PKK [...] era ispirato [dai] movimenti di decolonializzazione presenti in tutto il mondo. In questo contesto si cercava di trovare una strada che si accordasse alla particolare situazione nel proprio paese. Il PKK non ha mai considerato la questione curda come un mero problema di etnia o di nazione. Piuttosto, credevamo che fosse un progetto per liberare la società e democratizzarla. [...] Abbiamo anche ravvisato un nesso causale tra la questione curda e la dominazione globale del sistema capitalistico moderno. [Nesso che ci avrebbe] coinvolti in altre relazioni di dipendenza. [Sembrava che fosse] solo una soluzione esperibile: la creazione di uno stato-nazione [...]. Non credevamo, tuttavia, che alcun progetto politico precostituito sarebbe stato in grado di migliorare in maniera sostenibile la situazione della popolazione del Medio Oriente. Non era stato il nazionalismo e gli stati-nazione a creare così tanti problemi nel Medio Oriente?

Questa domanda può far subito pensare allo “zampino britannico” in quella regione durante la Prima guerra mondiale, tra l’azione di Lawrence d’Arabia e la Dichiarazione di Balfour ha prodotto come risultato la questione Arabo-Israeliana.

In effetti il modello dello Stato-nazione fuori dall’Europa, ha ispirato molti movimenti e leader indipendentisti durante la decolonizzazione. Tuttavia mancava una cultura politica che avesse dato “benzina alla macchina”. Inoltre all’interno di quegli Stati non c’erano (e non ci sono) istituzioni territoriali come Comuni o Regioni, bensì altri soggetti con un potere effettivo come le tribù (la Libia post-Gheddafi insegna).

Tornando alle riflessioni di Ocalan, segue una breve storia delle entità politiche che c’erano prima dello Stato.

Con la sedentarizzazione dei popoli si è iniziata a formare un’idea dell’area in cui si vive. [...] I clan e le tribù che si erano sistemati in una certa [zona] hanno sviluppato la nozione di identità comune e di madre patria. I confini [...] non erano ancora frontiere. [1] Il commercio, la cultura, o la lingua, non erano ristrette dai confini [che] rimanevano flessibili a lungo. [Gli imperi] sono sopravvissuti nel tempo a cambiamenti politici per via delle loro basi feudali che hanno consentito loro di distribuire flessibilmente il potere su di un’ampia gamma di centri minori di potere secondario.”

Stato - Nazione e Potere

Lo sviluppo dello stato-nazione all’inizio della Rivoluzione Industriale [...] è andato di pari passo con l’accumulazione sregolata di capitale [...] con lo sfruttamento senza ostacoli della popolazione in crescita veloce. La nuova borghesia [...] desiderava prender parte alle decisioni politiche ed alle strutture statali. Il capitalismo [...] divenne così un componente intrinseco del nuovo stato-nazione. [...] - non potevano essere concepiti l’uno senza l’altro. [...] Ma soprattutto l’intero stato-nazione deve essere pensato come la massima forma di potere. [E] in sé è la forma di monopolio più completa. [...] Si dovrebbe anche pensare al monopolio ideologico come ad una parte ineludibile del monopolio del potere.

La critica allo Stato-Nazione è il punto che accomuna le riflessioni del leader curdo e il Manifesto di Ventotene. Giusto solo evidenziare che “l’ideologia dell’indipendenza nazionale” ha superato i “meschini campanilismi”, creando uno spazio più ampio, nei confini nazionali, che favorisse la libertà, lo sviluppo in ogni sua accezione e la convivenza. Tutto questo è stato messo da parte con le spinte nazionaliste di dominio sopravvivenza, con gli Stati (alcuni dei quali diventati regimi totalitari) che si trasformarono in “grandi caserme”, contribuendo, nella pratica allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Lo Stato e le sue radici religiose

“[La] religione e l’immaginazione divina hanno causato le prime identità sociali nella storia [...] di molte tribù e [...] comunità pre-statali. [...] Più tardi, dopo che le strutture statali si erano sviluppate, [le] idee sacre e divine e le [relative] pratiche [sono state in parte sostituite da figure] quali il monarca o il dittatore [che rappresentava] il potere divino sulla terra. [...] Oggi, molti stati moderni si definiscono secolari [...]. [Ciononostante, ci sono degli] attributi che[rimpiazzano quelli] di radici religiose come: Nazione, patria, bandiera nazionale, inno nazionale e molti altri. In particolare nozioni quali unità di stato e nazione [sono] state messe al posto del divino. [...] La separazione dello stato dalla religione è il risultato di una decisione politica. Non viene in modo naturale. [...] [Insomma, lo] stato-nazione è uno stato centralizzato con attributi semi-divini che ha completamente disarmato la società e monopolizzato l’uso della forza.

Il carattere sacro dello Stato-Nazione sembra simile al carattere dogmatico evidenziato dai federalisti, in particolare da Mario Albertini. “La separazione tra stato e religione non viene in modo naturale” è un’affermazione interessante: in effetti, molte cose tra cui “comunità”, “stato”, “identità” e “religione” sono “cose artificiali”, frutto del pensiero e dell’azione umana. Questo vale anche per la separazione tra religione e politica, il pilastro della laicità, anticipato da Dante, elaborato da John Locke e portato avanti da personalità come Cavour.

Nella pratica questa distinzione non ha mai trovato un terreno facile. Inoltre il Medioriente è stato sotto il controllo dell’Impero Romano d’Oriente e dell’Impero Ottomano (i cui Sultani erano anche Califfi sunniti), in cui potere religioso e potere politico erano fortemente intrecciati tra di loro.

Burocrazia e Stato-Nazione

[Lo] stato-nazione [ha] bisogno di istituzioni aggiuntive per proteggere le sue basi ideologiche come anche le sue strutture legali, economiche e religiose. La burocrazia civile e militare [...] è in continua espansione[, costa] e serve solo a preservare lo stato [...] che a sua volta pone la burocrazia al di sopra del popolo. Durante l’epoca moderna in Europa lo stato ha avuto tutti i mezzi a sua disposizione per espandere la sua burocrazia in tutti gli strati della società. [...] La burocrazia e lo stato-nazione non possono esistere l’uno senza l’altro. Se lo stato-nazione è l’ossatura portante del capitalismo moderno è certamente anche la gabbia della società naturale. La burocrazia assicura il funzionamento del sistema, assicura le basi della produzione di beni e garantisce i profitti per gli attori economici rilevanti [...]. Lo stato-nazione addomestica la società nel nome del capitalismo ed aliena la comunità dalle sue fondazioni naturali.

Il passaggio sopra può sembrare un punto di contrasto con l’idea di federazione, a proposito della necessità (o meno) di una struttura amministrativa che, con il termine “burocrazia” ha sempre avuto un’accezione negativa: non sempre è benvista dalle persone le quali considerano questo apparato incomprensibile, oppressivo e “labirintico”.

La struttura amministrativa in effetti è sempre stata funzionale al funzionamento dello Stato, per un effettivo controllo del territorio, sia come amministrazione sia come difesa. La Francia di Luigi XIV ne è un fulgido esempio. Negli ultimi decenni si è assistito a dei cambiamenti di maggiore autonomia di ulteriori “amministrazioni” al di sotto dello Stato: un esempio è l’Italia dal 2001, dove però è ancora diffusa un’immagine negativa (ma in parte vera) della burocrazia, cioè confusionaria, impeditiva e ostile.

Chiudendo questa parentesi, andrebbe rovesciata l’idea base dell’amministrazione, che da struttura funzionale a mantenere il potere (anche a scapito delle libertà), a un utile strumento al servizio delle persone, applicando nel concreto i propri diritti fondamentali.

Stato - Nazione ed omogeneità

Lo Stato-nazione [...] ha avuto come scopo la monopolizzazione di tutti i processi. La diversità e la pluralità sono state combattute [tramite l’]Assimilazione [e il] genocidio. [...] Mira a creare una singola cultura nazionale, una singola identità nazionale ed una singola comunità religiosa unificata. Così rinforza una cittadinanza omogenea. [...] La cittadinanza della modernità non definisce altro che la transizione [...] dalla schiavitù privata alla schiavitù di stato. Il capitalismo non può raggiungere profitti in assenza di tali eserciti di schiavi moderni. La società omogenica nazionale è la prima delle società più artificiali che siano mai state create ed è il risultato di un “progetto di ingegneria sociale”. “Questi scopi sono di solito accompagnati dall’uso della forza o da incentivi finanziari e sono spesso sfociati all’annientamento fisico di minoranze, culture, o lingue oppure nell’assimilazione forzata. La storia degli ultimi due secoli è piena di esempi che illustrano i tentativi violenti per creare una nazione che corrisponda all’immaginaria realtà di un vero stato-nazione.

A parte il concetto di cittadinanza, il punto in comune sull’omogeneità è condivisibile. Lo stesso motto dell’Unione Europea “Uniti nella diversità” mira e dovrebbe mirare a promuovere appunto, l’eterogeneità, considerando ogni possibile declinazione: mentre nel documento di Öcalan si accenna a minoranze culturali e sociali, nel manifesto di Ventotene si aggiunge il sacrificio della libertà in senso individuale. Dal punto di vista geografico, il discorso dell’omogeneità può essere intesa in modo più ampio: per esempio, la Francia post-Rivoluzione Francese, oltre a rimuovere l’Ancien Régime e le correnti diverse da quelle giacobine, soppresse anche le minoranze linguistiche “prima a fucilate, poi a colpi di libri”.

Stato-nazione e società

Si dice spesso che lo stato-nazione sia correlato al destino della gente comune. Non è vero. Invece, è[...] un vassallo della modernità capitalista [...]: è una colonia del capitale. Indipendentemente da quanto nazionalista possa presentarsi [...] lo stato-nazione non riguarda la gente comune – esso è di fatto il nemico dei popoli. I rapporti tra gli altri stati-nazione ed i monopoli internazionali sono coordinati dai diplomatici dello stato-nazione. Senza il riconoscimento da parte degli altri stati-nazione nessuno di loro potrebbe sopravvivere. La ragione si trova nella logica stessa del sistema capitalistico mondiale. Gli stati-nazione che lasciano la falange del sistema capitalistico saranno colti dallo stesso destino occorso al regime di Saddam in Iraq oppure saranno messi in ginocchio dal sistema di embargo economico.

Il legame tra capitalismo e stato-nazione viene ripetuto molte volte, ma in questo passaggio lo è ancora di più.

È giusto ricordare che Öcalan elaborò questa analisi e il pensiero-risposta (il confederalismo democratico) agli inizi degli anni duemila, mentre il Manifesto di Ventotene è stato scritto e diffuso (clandestinamente) quando la Seconda Guerra Mondiale era in favore dell’Asse, la divisione in due blocchi era inimmaginabile e la globalizzazione non si era ancora intensificata.

C’è da aggiungere che al contrario del manifesto federalista, nelle riflessioni del leader curdo non ci sono riferimenti all’ “anarchia internazionale”, nella quale tra gli Stati, indipendenti tra di loro anche con le armi, si alternano guerre e momenti di tregua (anche se con il nome “pace”).

Note

[1Interessante è la volontà di distinguere tra “confini” e “frontiere”, che però nel documento non viene approfondita.

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